Negoziamo tutti i giorni per gran parte del tempo e non solo al lavoro ma in ogni situazione della nostra vita, negoziamo con il datore di lavoro o con i nostri clienti, con i nostri partner o con i nostri figli, con i tecnici che arrivano nelle nostre case e non riparano a dovere la tubatura o l’impianto elettrico.
Il lancio del nuovo aroma di Vitamin Water’s è previsto a marzo di quest’anno, ed è stato sviluppato dai fan del marchio Vitamin Water’s su Facebook. Il drink al gusto di amarena e limone sarà chiamato ‘Connect’.
Una certa Sarah dall’Illinois ha vinto $5,000 per il suo ruolo nello sviluppo di questo nuovo prodotto su Facebook.
Il concorso è stato unico e interessante nel senso che i fan hanno utilizzato Facebook per sviluppare tutti gli aspetti del prodotto:
Scegliendo il sapore – durante l’estate i fan su Facebook sono stati in grado di controllare e aggiungere, attraverso il passaparola, sapori diversi. Più erano le “chiacchiere” online sul sapore, più alta era la valutazione sulla pagina Facebook. E da metà settembre 2009, i dieci sapori più discussi sono stati messi sulla fan-page di Facebook affinché si potesse votare il preferito. Questo è un buon esempio di come utilizzare una community per aiutare a riordinare le idee in un processo di co-creazione. I fans non potevano creare i loro sapori da zero, ma potevano influenzare la top 10 dei sapori e poi votare il migliore.
Vi racconto una storia vera nella quale si descrive come dev’essere un bravo copywriter.
Tutto inizia da un manifesto affisso nel centro di Milano nel 1982 dall’agenzia di comunicazione Livraghi, Ogilvy & Mather.
Un fatto abbastanza ovvio è che nelle affissioni è meglio usare testi molto brevi. Come si spiega che abbia avuto buoni risultati un manifesto in bianco e nero, senza alcuna immagine e con più di seicento parole?
Non si trattava di un grande poster collocato in alto, ma di un piccolo manifesto affisso ad altezza d’uomo, in luoghi dove si cammina a piedi, nelle zone più spesso frequentate dalle persone cui il messaggio era destinato – che, fra i molti passanti, erano poche. Ma il titolo semplice e chiaro era adatto ad attirare l’attenzione di chi era interessato all’argomento. Cioè, più che il mezzo, era selettivo il messaggio. E i fatti dimostrarono che l’insolito strumento aiutava a suscitare curiosità. Read the rest of this entry »
1. Cosa pensano del tuo brand
Il brand è ciò che pensa la gente della tua impresa. Sempre di più il processo di affermazione dei valori di un brand avviene mediante il mondo del passaparola.
Il web 2.0, i social media stanno mostruosamente amplificando questo fenomeno. Una marca è sempre di più l’opinione dei suoi clienti più che il messaggio unidirezionale dell’azienda.
Una marca è ciò che si è fissato nella testa della gente. Questa è la vera eredità da cui bisogna partire nell’apportare ogni cambiamento; posto che essa sia positiva, è l’asset a cui non si può rinunziare senza opportune riflessioni. Read the rest of this entry »
Il modo classico in cui si identifica il processo con il quale un consumatore (ma vale anche se si tratta di un’azienda) sceglie, decide e conclude un’acquisto è solitamente rappresentato con un imbuto (sale funnel). Nel 2005 scrissi un paio di post a tal proposito con i consigli per gestire e stimolare al meglio il percorso di un potenziale Cliente.
Spesso in periodi di rallentamento economico, come l’attuale, le aziende vedono nel taglio dei costi la soluzione temporanea più efficace. Il budget marketing è di conseguenza uno dei primi ad essere messo a rischio.
Se i concorrenti stanno tagliando i budget di marketing, licenziano e sono concentrati sulla riduzione delle spese, che dobbiamo fare?
La storia ci insegna che proprio in contingenze come quella odierna, scelte coraggiose finalizzate a lasciare integro il budget di comunicazione si possono rivelare altamente strategiche per le aziende.
Questo perché innanzitutto è dimostrato che uscire dalla scena comunicativa e perdere il contatto tra il marchio e il proprio pubblico è una scelta molto delicata. Il risparmio iniziale è infatti inferiore al costo che questo stesso marchio dovrà poi affrontare per ricostruire la relazione negli anni a seguire. Read the rest of this entry »
Se si accende la televisione a qualsiasi ora del giorno e si ascolta un telegiornale si avrà l’occasione certamente di sentir pronunciare il termine “Piccole e medie Imprese” (PMI) come soluzione a tutti i mali della nostra economia. Occupazionali, Economici, Sociali ecc.
In Italia, le PMI sono oltre 4 milioni pari al 99,9% di tutte le imprese. Occupano l’81,7% degli addetti. Producono il 71,5% del valore aggiunto. Le micro imprese da sole sono il 94,9% di tutte le imprese e occupano il 48% del totale degli addetti. Contribuiscono al 32,8% del valore aggiunto.
Sembra che sulla carta tutti siano in grado di comprendere la reale utilità delle aziende che hanno e tuttora stanno mandando avanti il sistema paese e che sono state oggetto di innumerevoli studi in ambito internazionale. Ma all’atto pratico si finisce per fare sempre troppo poco per coloro che si assumono il rischio imprenditoriale (ma anche sociale) di far funzionare un Paese che sta vivendo questa crisi mondiale con una discreta incapacità di reagire e di osare. Si preferisce seguire stili assistenziali di vecchia data e poco contestualizzati al panorama economico attuale, che supportano le grandi aziende italiane, relegate ormai ad una parte meno significante nella produzione del PIL e dell’occupazione nazionale; FIAT, Alitalia, il sistema Bancario ecc., tutti hanno avuto il loro “aiutino” e spesso i manager e gli imprenditori che le hanno mal gestite sono ancora lì, quasi a rammentare ai piccoli imprenditori che la mala gestione è un trattamento ed un rischio riservato solo a loro. Read the rest of this entry »